Chi ha paura della primavera?

Chi ha paura della primavera?

E’ primavera, svegliatevi bambine, alle Cascine messer Aprile fa il rubacuooor” intonava Rabagliati nel lontano 1941. E ancora oggi, verso il 20 marzo o giù di lì, ci ritroviamo a canticchiare per strada queste poche ma memorabili note.

Sì, è arrivata la primavera! Le giornate si scaldano e si allungano, e via con i luoghi comuni, che se sono tali un motivo ci sarà! Famoso è il detto: Primavera fa rima con allergia. Ah, non fa rima? Forse no, ma di sicuro, purtroppo, corrisponde a sacrosanta verità.

La bella stagione che è appena cominciata non è tale per chi è ipersensibile ai pollini: quasi dieci milioni di italiani sono ormai da anni abituati a convivere con sintomi più accentuati e duraturi. Al di là della pianta che è causa del problema, infatti, oggi l’impollinazione è un processo più lungo e intenso. La causa è da ricercare nell’aumento delle temperature durante l’inverno. Meno è rigido il periodo compreso tra dicembre e marzo, tanto più accentuate sono le allergie primaverili. Una dimostrazione di quanto il cambiamento climatico in atto abbia ripercussioni dirette sulla salute

Sono sempre di più gli studi che ipotizzano che la causa di questo trend possa risiedere (anche, ma non solo) nel riscaldamento del Pianeta, come effetto del crescente inquinamento atmosferico. Nei luoghi in cui la qualità dell’aria è peggiore, d’altra parte, i numeri delle allergie sono più elevati.

Entro il 2100 la quantità di pollini prodotti durante le fioriture potrebbe aumentare del 40%, secondo nuove ricerche, rendendo urgente la necessità di capire meglio quali siano i fattori che determinano tale aumento. Se da un lato siccità e ondate di calore danneggiano foreste e pascoli, alcune graminacee, piante infestanti e anche alcuni alberi che producono pollini allergenici prosperano in presenza di temperature più alte e maggiori concentrazioni di anidride carbonica, diventando più grandi e producendo più foglie.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che entro il 2050 metà della popolazione del pianeta soffrirà di almeno un disturbo allergico. L’aumento previsto è dato non solo da una maggiore concentrazione dei pollini, ma anche dai tanti modi in cui gli elementi chimici delle sostanze inquinanti interagiscono con essi. Gli agenti inquinanti, infatti, distruggono la parete cellulare dei pollini, frantumando i loro granuli, relativamente grandi, in particelle di dimensioni inferiori al micron che possono penetrare più in profondità nei polmoni e sono più pericolosi per i soggetti allergici. Inoltre, le sostanze inquinanti possono aumentare la capacità del polline stesso di innescare la reazione allergica.

Studi condotti in laboratorio dimostrano che un aumento dell’anidride carbonica nell’atmosfera porta a pollini contenenti più proteine allergeniche, che sono quelle che provocano la produzione degli anticorpi responsabili dei sintomi fisici della reazione allergica.

Rimangono aperte molte sfide e molto lavoro da fare, difatti i pollini attualmente vengono misurati e monitorati molto meno di qualsiasi altro inquinante atmosferico. La strada da intraprendere da subito, con urgenza, sembra dunque essere quella “nella direzione dello sviluppo di strumenti migliori per comprendere in che modo i pollini potrebbero cambiare in futuro e aiutare le persone a prepararsi al meglio ai relativi impatti sulla salute”.

Qualche buona notizia, per favore! Sembra ci siano, fortunatamente: diverse aziende stanno sviluppando tecniche di intelligenza artificiale per automatizzare il conteggio, rendendolo più efficiente, e quindi maggiormente “monitorabile”. Dunque, la tecnologia che, di nuovo, corre in soccorso della salute del cittadino.

Perché l’obiettivo di tutti noi in fondo è uno: allontanare la paura dell’arrivo della primavera, per poterci solamente godere in santa pace quei giorni di rinascita e rigoglio della natura: a marzo, aprile e maggio voglio solamente gioire! Perché poi si sa, arriva giugno con la torrida estate, e comincia tutta un’altra storia.

2023: Odissea nello spazio green

2023: Odissea nello spazio green

Oh, il cinema, quanto ci piace! La magia del grande schermo quando si spengono le luci della sala o il relax del divano di casa di fronte al nuovo 75 pollici non hanno rivali. Nessuno può toglierci il piacere di guardare un film in santa pace, che sia un classico senza tempo o una novità imperdibile. Ma ci siamo mai chiesti che impatto può avere la produzione e la realizzazione di un’opera cinematografica, sia essa una piccola produzione indipendente o un kolossal hollywoodiano?

Il mondo del cinema fa sul serio con l’ecologia? Quanto va a danneggiare l’ambiente? Domande lecite, che necessitano chiarimenti. Proviamo a fare chiarezza.

Secondo “Albert”, un’organizzazione ambientale creata per analizzare il livello d’inquinamento delle produzioni audiovisive, il principale impatto ambientale dell’industria cinematografica è dovuto proprio allo spostamento della troupe e dell’attrezzatura necessaria, che avviene per lo più su gomma. In questo settore, il trasporto è infatti la categoria maggiormente responsabile delle emissioni di CO2 e del consumo di energia. Per dare un metro di paragone a questi dati, la produzione di un’ora di contenuti di televisione britannica emette 13 tonnellate di anidride carbonica, più o meno la stessa quantità generata da un cittadino statunitense medio in un anno. 

Oltre a questo impatto legato ai trasporti, si aggiungono l’utilizzo giornaliero di materiale usa e getta sul set – come i contenitori in plastica monouso in cui vengono serviti i pasti a tutta la troupe – o gli oggetti di scena che devono essere sostituiti dopo ogni take – come quelli distrutti o gli alimenti consumati come da copione.

Infine, altro grande problema è legato al deturpamento dei paesaggi naturali, che va dalla costruzione di enormi set lasciati in piedi per anni – come intere città erette in Nuova Zelanda per la saga del Signore degli Anelli di Peter Jackson – ai danni provocati agli ecosistemi durante e dopo le riprese di un film. L’esempio più tristemente noto è quello della Maya Bay nelle isole Phi Phi in Thailandia, set del film “The Beach” di Danny Boyle: prima delle riprese la produzione abbatté una parte della vegetazione per ingrandire la spiaggia e piantò circa cento palme per rendere il paesaggio più in linea con l’idea occidentale di luogo esotico. 

Ma le cose stanno fortunatamente cambiando, c’è una maggiore coscienza e attenzione. Di certo un passo decisivo del mondo scintillante della cinematografia mondiale verso un minore impatto ecologico è stato compiuto con le “certificazioni green”. Cosa sono? Si tratta di comportamenti da tenere nella realizzazione di un’opera.

 

E cosa è necessario fare per avere una certificazione green per il proprio film?

 

1 – Assicurare una riduzione efficace dell’impatto ambientale dell’Opera Audiovisiva.

2 – Utilizzare esclusivamente energia elettrica fornita attraverso allacci temporanei alla rete di distribuzione.

3 – Utilizzare esclusivamente apparecchi illuminanti con tecnologia LED.

4 – Ridurre le emissioni inquinanti derivanti dal movimento di mezzi di trasporto motorizzati.

5 – Ridurre l’impatto ambientale legato agli alloggi della troupe.

6 – Garantire ai membri della troupe un’alimentazione salubre e di qualità nel rispetto dell’ambiente.

 

Per promuovere e sostenere il cinema “green sono nati anche premi e manifestazioni ad hoc. Come, per esempio, Il Green Drop Award, nato nel 2012, che assegna premi ai film che interpretano meglio i valori dell’ecologia e dello sviluppo sostenibile. Il Green Drop Award non è solo un premio ai meriti artistici ma anche un riconoscimento che vuole segnalare al pubblico quelle opere che aiutano ad aumentare la nostra consapevolezza per uscire dalla crisi ecologica

In Italia emerge Il Festival CinemAmbiente, con l’obiettivo di presentare i migliori film e documentari ambientali a livello internazionale. È ormai la più importante manifestazione italiana dedicata ai film a tematica ambientale.

 

E se volessimo concentrarci sui film veri e propri? Quali sono i film green che ci sono rimasti nel cuore?

 

Un posto sul podio è sicuramente occupato da ”Erin Brockovich”, un vero e proprio cult, che valse un premio Oscar alla meravigliosa Julia Roberts. Un film di denuncia imperdibile che si basa sulla vera storia della piccola cittadina di Hinkley, in California. I suoi abitanti sono stati colpiti da svariate terribili malattie e sofferenze, a causa della contaminazione delle falde acquifere ad opera di una importante e spregiudicata compagnia americana. Erin Brockovic, una giovane donna disoccupata ma intraprendente, riuscirà a far loro ottenere un risarcimento e, soprattutto, giustizia.

Il film del 2007 che Sean Penn scrisse e diresse, “Into the wild”, è un lungometraggio basato sulla storia vera di Christopher McCandless, giovane proveniente dal West Virginia, che subito dopo la laurea abbandona la famiglia e intraprende un lungo viaggio di due anni attraverso gli Stati Uniti. Penn gioca di forti contrasti nell’alternare gli ampi spazi dei diversi paesaggi mostrati al costante senso di vuoto del ragazzo che risulta essere una pura estensione dell’enormità della natura. Ecologismo filosofico.

Di certo il film green più attuale e di moda (grazie ai milioni di visualizzazioni sulla piattaforma Netflix) è di per certo il recentissimo “Don’t look up” con Leonardo Di Caprio, da sempre paladino dell’ambiente, e Jennifer Lawrence. È un film, in una chiave amaramente paradossale e comica, sulla fine del più umano degli istinti, quello di sopravvivenza. Non a caso, è un film sulla fine dell’umanità dove l’umanità stessa non pare avere alcuna intenzione di salvarsi o farsi salvare. 

In questa speciale (e personale!) classifica non può mancare il docu sulla paladina mondiale dei diritti green. “I’m Greta”, un documentario biografico che segue l’attivista svedese Greta Thunberg nella sua crociata internazionale per convincere la gente ad ascoltare gli scienziati sui problemi ambientali del mondo. Nell’agosto del 2018, Greta, una studentessa svedese di quindici anni, davanti il Parlamento svedese comincia uno sciopero per manifestare contro il cambiamento climatico, che nel giro di qualche mese si trasforma in un movimento globale, rendendola un’attivista di fama mondiale. Il documentario segue Greta dal suo primissimo giorno di protesta fino all’incredibile viaggio in barca a vela verso New York per presenziare al Summit sul clima dell’ONU.

Un film nel nostro cuore è di sicuro “Captain Fantastic”, interpretato da Viggo Mortensen. Un uomo laico e fuori dagli schemi che cresce la sua famiglia tra i boschi dello stato di Washington, lontana da junk foodconsumismo e ostentazione. Ma quando una tragedia colpisce la famiglia, Ben è costretto a lasciare la vita che si è creato e affrontare il mondo reale, fatto di pericoli ed emozioni che i suoi figli non conoscono. Non è un film che tratta direttamente di ambiente. Ma ci aiuta a rispondere a una domanda: il nostro stile di vita è davvero frutto delle nostre scelte?

E In Italia? Ci piace citare un documentario piccolo, ma che quando uscì, nel 2007, fece molto scalpore. Si tratta di ”Biutful Cauntri, realizzato nel 2007 da Esmeralda Calabria, Peppe Ruggiero e Andrea D’Ambrosio. Il lungometraggio mostra i problemi in Campania causati dall’ecomafia, dall’inquinamento da polveri di amianto e la conseguenza sull’agricoltura e sull’allevamento, in particolar modo quello di pecore.

È evidente che, nonostante tutte le difficoltà che ci possono essere, il mondo del cinema sembra ci stia provando ad essere meno impattante sul sistema ecologico. Il compito è arduo, come in tutti gli altri campi lavorativi, ma i segnali sembrano buoni. E allora, W il cinema che strizza l’occhio al mondo green!

Ode al Carnevale o Oddio il Carnevale?

Ode al Carnevale o Oddio il Carnevale?

E’ Carnevale, evviva l’allegria. La gioventù vuol ridere e scherzare…” cantava una canzone popolare di tanti anni fa. Eh beh, il Carnevale è la festa in maschera per antonomasia, in quei giorni ci possiamo travestire, truccare e diventare chiunque vogliamo. E poi “a Carnevale ogni scherzo vale”, tutti possono dar sfogo alla propria ironia e lo sfottò è sempre perdonato! Insomma, a chi non piace questo baccanale cristiano, ma anche un po’ pagano? Ma a nessuno, no?

Non è proprio vero, non tutti amano questa festa così popolare. Chissà perché? Gli psicologi s’interrogano, soprattutto riflettendo sulle reazioni ostili dei più piccoli. Paura del diverso, timore di non controllare la situazione essendo ignari di chi ci sia dietro la maschera, o forse solo timidezza, questi i motivi principali rilevati dagli studi. Del resto per molti bambini la “maschera” rappresenta l’ignoto, viene identificata come una figura sconosciuta e non familiare. Detto questo, la stragrande maggioranza dei più piccoli e dei loro genitori amano il Carnevale.

Di sicuro, noi di Italia Gas e Luce non possiamo ignorarlo, visto che la nostra sede è a Lido di Camaiore, a un passo da uno dei Carnevali più importanti al mondo: quello di Viareggio. Carri sfavillanti, pieni di ironia e colori, costumi e maschere ci consentono di mettere da parte le nostre individualità quotidiane e sperimentare un accresciuto senso di unità sociale.

Ma proviamo a concentrarci sulle tematiche a noi care dell’ecologia e del rispetto dell’ambiente. Quanto riguardo c’è nei confronti della natura durante il periodo carnevalesco? Di sicuro, troppo spesso, queste feste non rispettano l’ambiente. Le strade vengono lasciate sporche, con coriandoli, stelle filanti, bombolette spray di plastica. I coriandoli di carta, per esempio, sono sicuramente meno inquinanti, ma non sostenibili, perché creano comunque un impatto: possono essere ingeriti dagli animali e intasare le vie di scolo delle acque. 

E allora come facciamo ad essere green durante il periodo del Carnevale, senza per questo essere meno creativi?  Questi sono alcuni consigli per un Carnevale totalmente green ed ecosostenibile

  1. Costumi di Carnevale fai da te o riciclati

Evitiamo di acquistare ogni anno abiti o maschere di Carnevale. Con un po’ di inventiva e di creatività possiamo creare abiti risparmiando denaro e rifiuti, spulciando nel nostro armadio. Si può anche mettere in atto gli insegnamenti della nonna di taglio e cucito per trasformare vecchi vestiti, riadattare tessuti, dando sfogo alla propria fantasia. 

Nel momento in cui si decide di gettare questi costumi, è fondamentale smaltirli nel modo corretto, separando i vari elementi che li compongono per inserirli negli appositi contenitori.

  1. Trucchi green

Il trucco utilizzato per i travestimenti di Carnevale è nocivo per l’ambiente: una volta lavato via, finisce nelle acque di mari e fiumi. Il trucco eco-bio, invece, non contiene sostanze chimiche né siliconi, ed è quindi estremamente green. Basterà acquistare pigmenti in polvere libera in negozi specializzati, per poi mescolarli ad una crema neutra biologica. (leggi il nostro articolo sui trucchi green)

  1. Coriandoli in carta

Sono sempre più diffusi i coriandoli e le stelle filanti di plastica. Seppur l’effetto visivo sia maggiore, lo è anche l’impatto ambientale per la loro tipologia di materiale. Meglio coriandoli in carta fai-da-te, che possono essere realizzati in casa con semplici ritagli di giornali e riviste. Un’attività molto divertente da condividere con i bambini.

Oppure se volete essere all’avanguardia c’è un’azienda tedesca che dal 2018 produce coriandoli fatti di amido di mais e contenenti 23 tipologie di semi che, disperdendosi nell’ambiente e deteriorandosi, permettono di piantare fiori e piante, salvaguardando così l’ecosistema.

 

Infine, un ultimo consiglio: ripulire sempre! Impegniamoci a raccogliere tutto ciò che si getta e a pulire, per quanto possibile, l’ambiente che ci circonda. 

In conclusione, un tocco storico finale. Per chi ne fosse curioso, la materia prima dei carri del Carnevale è la cartapesta, o meglio: la carta a calco. Inventata dal pittore e costruttore viareggino Antonio D’Arliano nel 1925, ha permesso di realizzare opere sempre più grandi, ma allo stesso tempo leggere. Modelli in creta, calchi in gesso, carta di giornale e colla, fatta di acqua e farina, sono gli ingredienti semplici del più grande spettacolo al mondo nel suo genere.

La filosofia del recupero e del riciclaggio, attraverso una tecnica manuale unica, sono alla base della manifestazione carnevalesca, in special modo a Viareggio, dove dal dicembre 2001 è stata creata la Cittadella del Carnevale, il più grande ed importante centro a tema italiano dedicato alle maschere. Non esistono, in Italia, per dimensioni, spazi, servizi, altrettanti grandi poli incentrati sul Carnevale.

E allora, Ode al Carnevale! Anche per coloro che invece pensano: “Oddio il Carnevale!

Sa(n)remo Green?

Sa(n)remo Green?

Il Festival di Sanremo 2023 finalmente è cominciato ed è già nel vivo. Stiamo tutti ascoltando con curiosità le canzoni dei big in gara, anche grazie al Fanta Sanremo, il gioco che ha riacceso l’interesse per l’insormontabile Kermesse canora anche nei più giovani. Le melodie e le parole risuonano sul palco dell’Ariston desiderosi di diventare le nuove hit dell’anno.

Sembra però, dai primi ascolti, che gli autori e i cantanti si siano dimenticati di porre l’attenzione sui temi a noi cari quali l’ecologia, la sostenibilità e il rispetto della natura. Occasione sprecata perché, secondo studi recenti, un italiano su due è convinto che una canzone possa influenzare o addirittura modificare i comportamenti nei confronti dell’ambiente e favorire quindi l’adozione di buone pratiche sostenibili.

Ma non è sempre stato così, in passato nelle edizioni della manifestazione sanremese abbiamo potuto apprezzare numerose canzoni portabandiera del “green”. Fino ad oggi, sono quindici i brani totalmente “verdi” che hanno contraddistinto la storia del Festival, cominciando addirittura dal 1955 con “Canto nella valle” di Natalino Otto, per terminare con l’edizione del Festival del 2020 (forse la più ambientalista di sempre) dove ben due performers hanno affrontato il tema: il rapper Rancore in “Eden” e Gabriella Martinelli con la sua “Il gigante d’acciaio” che ha raccontato il dramma ambientale dell’Ilva. 

Siete curiosi di scoprirle? E allora non dilunghiamoci oltre, signore e signori, ecco a voi la “Sanremo playlist delle canzoni “ecologiste”.

Canto nella valle – Natalino Otto & Trio Aurora & Bruno Pallesi & Radio Boys, 1955

Il Ragazzo della via Gluck – Adriano Celentano, 1966

Ciao amore, ciao – Luigi Tenco, 1967

L’immensità – Don Backy, 1967

L’arca di Noè – Sergio Endrigo, Iva Zanicchi, 1970

Montagne verdi – Marcella Bella, 1972

E le rondini sfioravano il grano – Giampiero Artegiani, 1986

Cara terra Mia – Albano e Romina Power, 1989

Voglio andare a vivere in campagna – Toto Cotugno, 1995

Luce – Elisa, 2001

Il senso della vita – Elsa Lila, 2007

Nu juorno buono – Rocco Hunt, 2014

Abbi cura di me – Simone Cristicchi, 2019

Eden – Rancore, 2020

Il gigante d’acciaio – Gabriella Martinelli, 2020

Noi di Italia Gas e Luce, però, abbiamo la nostra personale classifica. 5 sono le canzoni cha abbiamo voluto approfondire e ricordare:

Il Ragazzo della via Gluck – Adriano Celentano, 1966: direttamente dalla metà dei favolosi anni ‘60 arrivò sul palco del Teatro Ariston questo brano con un tema molto importante come quello dell’urbanizzazione selvaggia a discapito del verde.

Pedala – Frankie hi-nrg, 2014: un brano che non solo è “energizzante” ma fa venire voglia a tutti di prendere una bicicletta (anche elettrica) e andare in giro per il mondo.

Luce – Elisa, 2001: Canzone vincitrice del Festival e che con una delicatezza estrema ci fa capire molte cose. C’è la narrazione di un amore e della necessità di dialogo, proprio come il vento fra gli alberi, come il cielo con la sua terra. 

Terra promessa – Eros Ramazzotti, 1984: Brano vincitore delle Nuove Proposte di quel’anno. Energia e voglia di una “terra promessa, un mondo diverso dove crescere i nostri pensieri”, in modo green ovviamente!

La nevicata del ‘56 – Mia Martini, 1990: In ultimo, ma non ultimo, questo pezzo immortale che vinse il Premio della Critica ed entrò ben presto nella storia del Festival di Sanremo. Mia Martini racconta della nevicata del 1956 che colpì Roma e che venne considerata la più pesante dal 1929, tanto da essere ricordata come la nevicata del secolo. Fu forse uno dei primi eventi climatici estremi che oggi, purtroppo, sono diventati all’ordine del giorno. Per questo ricordare quel momento potrebbe aiutarci nella riflessione fondamentale legata proprio all’importanza di rispettare il nostro Pianeta.

Prima di chiudere, vogliamo aprire una piccola finestra “verde” sul Sanremo in corso, parlando di Marco Mengoni, non soltanto perché è a tutti gli effetti il favorito nella gara, ma per essere stato già eletto il più green del Festival 2023, grazie alle sue scelte ecologiche: il packaging del suo disco è 100% plastic free, così come l’intera campagna pubblicitaria. Per il prossimo tour, l’artista, ha scelto di usare per sé e per tutto lo staff solo borracce e bottiglie di vetro e materiali monouso biodegradabili. Insomma, il suo messaggio è ben chiaro. Bravo Marco! 

Ma adesso che sia la buona musica a parlare. Buon Festival a tutti Con un occhio di riguardo alle canzoni “verdi”!

Intervista a Lady Be: tra arte e green

Intervista a Lady Be: tra arte e green

Lady Be è l’artista pavese sui generis che realizza opere d’arte contemporanea attraverso l’unione di oggetti e materiali di scarto con una particolare attenzione al riciclo e quindi prediligendo l’utilizzo della plastica in tutte le sue forme.  Noi di Italia Gas e Luce siamo rimasti molto colpiti dalla sua forte personalità e dalla spiccata volontà di trasmettere un messaggio, che come sapete, è decisamente affine al nostro: la sostenibilità, il riciclo e l’energia rinnovabile sono i punti di partenza per costruire una green community sempre più ampia che contribuisca alla salvaguardia del nostro pianeta. Qui sotto la nostra intervista a Lady Be, che ringraziamo per la disponibilità e la gentilezza che ha mostrato nei nostri confronti.  

 

Ciao Letizia! Ormai tutti ti conoscono come Lady Be; possiamo chiederti come nasce questo pseudonimo/nome d’arte?

Ciao a tutti! In realtà la risposta è molto semplice. Sono un’appassionata di musica e degli eterni Beatles. La canzone “Let it be” è, ora più che mai, una delle colonne sonore della mia vita. In più, la ricerca di un appellativo che fosse corto, internazionale, Pop e perché no, anche smart e moderno mi ha convinta che Lady Be fosse la scelta perfetta.

Opera I Beatles dell'artista LDY bE
I Beatles realizzati da Lady Be

 

Concordiamo, ci piace molto il tuo nome! Quali sono quindi i soggetti prevalenti all’interno delle opere di Lady Be? Possiamo parlare di “mosaici contemporanei” e di “ready made”?

I soggetti delle mie opere sono solitamente ritratti, volti iconici ma mi occupo anche di immagini e loghi aziendali. Sì certo possiamo parlare di ready made anzi grazie per aver pensato a questo, era da molto che non mi attribuivano questa tecnica/corrente artistica ; del resto, anche se con qualche modifica, utilizzo oggetti che provengono dal quotidiano per creare le mie opere. 

Performance artistica di Lady Be
Lady Be alla Galleria Nazionale di Arte Moderna a ROma durante la creazione dell'opera "Logo Rebus IBM"

C’è una data o un evento particolare che ti ha spinto ad intraprendere la tua arte?

Niente succede per caso giusto? Ecco, anche per me è stato così. Nel 2009, anno in cui ho realizzato la mia prima opera, mai avrei pensato di “tuffarmi” nel mondo dell’arte contemporanea da protagonista. La mia prima opera nasce dall’idea di creare un “mio diario dei ricordi”. Ho utilizzato esclusivamente oggetti personali, giochi di quando ero bambina e tutto ciò che per me aveva il valore di “ricordo”. Assemblando, o per meglio dire “dipingendo con gli oggetti”, ho creato il volto iconico di Marylin Monroe sulla scia delle serigrafie dell’artista più famoso della Pop Art americana Andy Warhol.

Prima opera dell'artista Lady Be
La prima opera realizzata da Lady Be nel 2009: "Marylin Monroe".

E dopo cosa è successo?

Sicuramente ho incontrato le persone giuste che sono state in grado di apprezzare il mio stile originale e molto personale e hanno condiviso la mia idea di trasmettere un messaggio sul riciclo. Sono stata incoraggiata ed è così che nel 2010 ho esposto alla Biennale di Lecce ed è iniziato il mio viaggio artistico che mi ha portata poco dopo a Parigi e ad Amsterdam. Ero riuscita ad aprire anche la finestra sull’ “internazionale”.   

Oggi dove si possono ammirare le tue opere? Hai attive delle mostre permanenti o in programma per questo 2023?

Al momento è attiva una mostra permanente all’Aeroporto di Milano Malpensa, dedicata ai passeggeri e situata al Terminal 1. Sempre a Milano, dal 31 marzo al 13 aprile, esporrò nella zona di Brera, più precisamente nell’ex studio dell’artista (conosciuto per le sue opere provocatorie) Piero Manzoni. Successivamente verrà presentata a Vienna la mia mostra personale “Recycled Art” dal 22 aprile al 14 maggio.

Prima opera di Lady Be alla Biennale di Lecce
Lady Be a 19 anni durante la prima esposizione alla Biennale di Lecce con la sua prima opera realizzata.

Un’artista internazionale davvero! Quali sono gli oggetti che impieghi maggiormente per la tua arte? E quali sono invece gli oggetti più insoliti o “strani” che hai incluso nelle tue opere?

Nelle mie opere sono presenti piccoli pezzi di plastica, giocattoli e molto materiale riciclato. Mi piace l’idea di riuscire a donare una seconda vita agli oggetti e ai ricordi della collettività. Adoro passeggiare sulle spiagge alla ricerca di “sostanza” e di ricordi. Difatti è la collettività che crea l’opera d’arte e sui litorali si può trovare veramente di tutto, gli oggetti più insoliti provengono proprio da qui: giochi particolari e oggetti da collezione. Una volta ho trovato dei bigodini vintage e vi assicuro che non è stato così immediato il riconoscimento!

materiali per le opere di lady be
Due dei tantissimi contenitori che Lady Be ha nel suo atelier per realizzare le sue opere con tutto il materiale suddiviso per colore.

Qual è il rapporto tra la tua arte e l’ambiente?

La mia arte non nasce solo come forma creativa ma vuole essere soprattutto una presa di coscienza sul tema della sostenibilità e sul riciclo in un mondo che lotta continuamente contro la tendenza al consumismo, allo spreco e all’accumulo di oggetti di difficile smaltimento. Ho avuto la fortuna di crescere ricevendo una buona educazione, molto attenta allo spreco. Nel corso degli anni ho avuto anche modo di attuare molte performance dal vivo ed il pubblico “giovanissimo” è quello che mi ha regalato le maggiori soddisfazioni. Credo che riuscire a comunicare e lanciare un messaggio forte come il mio attraverso l’arte sia, per quanto impegnativo, qualcosa di straordinario.

Opera "Puliamo il Mondo" , un soggetto d’invenzione realizzato a Bergamo in diretta tv, con oggetti di plastica di recupero raccolti anche dai volontari Legambiente, realtà con cui l’artista collabora da diversi anni; l’intera creazione dell’opera è stata trasmessa su Rai 3 Domenica 27 Settembre 2020. L’opera è stata realizzata per celebrare la forza degli abitanti Bergamaschi che hanno dovuto per primi affrontare l’emergenza Covid nel 2020. Rappresenta un volto umano con il pianeta come testa, la bocca ingerisce il mare di plastica, a voler dire quanto il problema dell’inquinamento sia globale e inquinare il mondo significa fare del male a noi stessi, pensando come possibile conseguenza anche a problemi globali come la diffusione di pandemie.

Sei attiva sui social? Dove possono seguirti i nostri lettori?

Sul mio sito www.ladybeart.com, nella sezione gallery è possibile vedere tutte le opere che ho realizzato, mentre nella sezione News & Events è possibile vedere le prossime mostre e tenersi aggiornati sugli eventi che mi vedono protagonista. Consiglio di consultare il sito dal computer, per vedere tutti i contenuti con più tranquillità. È possibile seguirmi su Instagram @letizialadybe , su Facebook Lady Be e su LinkedIn Letizia Lanzarotti.

Oppure contattarmi per qualsiasi richiesta alla mail [email protected]. Chi lo desidera, può contattarmi per spedirmi il materiale che non serve più: verrà trasformato in opere d’arte.

Un’ultima domanda: quali sono i propositi di Lady Be per questo 2023?

I propositi sono molti, sono delle sfide non sempre facili da realizzare; vi invito a seguirmi per scoprire se, durante l’anno, riuscirò a realizzarli!

Vado in ordine cronologico:

1 – Essendo appassionata di musica, inviare una mia opera a Sanremo, nell’ambito del Festival, in modo da  portare il tema della sostenibilità nella più importante kermesse musicale italiana.

2- Esporre al Teatro Ariston di Sanremo.

3- Organizzare e predisporre una esposizione a New York.

4- Collaborare con Italia Gas e Luce, azienda totalmente green, che fornisce soltanto energia non derivante da carboni fossili; una realtà con cui condivido pienamente gli ideali di sostenibilità.

5- Continuare a portare la mia arte in  mezzo alla gente, in luoghi non prettamente nati per le esposizioni artistiche.

Tanti e bellissimi propositi Letizia! Ci auguriamo davvero che tu riesca a realizzare tutti i tuoi sogni/obiettivi per questo 2023! Per noi hai tutte le carte in regola. Ti ringraziamo per averci dedicato il tuo tempo e ti facciamo ancora i nostri complimenti. A prestissimo!

Le domande più frequenti sull’energia rinnovabile

Le domande più frequenti sull’energia rinnovabile

La luce l’abbiamo tutti, in casa o al lavoro: nel mondo moderno, chi vive senza elettricità? Quindi, sia che siate titolari di un’attività commerciale, come un ristorante o un ferramenta, sia che siate privati cittadini desiderosi di energia rinnovabile per la vostra casa, gli interrogativi sono comuni per ognuno. Chi sta dalla parte dell’ambiente può compiere, con la scelta di energia proveniente esclusivamente da fonti rinnovabili, un gesto facile e rapido che trasforma un obbligo, quello di avere energia elettrica, in un messaggio, in una dimostrazione di coerenza.

Data la novità della scelta, è inevitabile che una decisone del genere generi molte domande. Ecco le più frequenti.

Per far arrivare a casa o in azienda energia elettrica da fonti rinnovabili, servono lavori?

No, non sono necessari né lavori edili, né al contatore. Non si subiscono distacchi, né interruzioni di servizio, e neppure visite a casa o in ufficio di operai.

Perché questo processo è incentivante per il sistema di un paese, per i suoi impianti puliti e per le sue fonti?

Perché più persone e aziende sceglieranno energia 100% rinnovabile, più impianti saranno necessari per produrla.

Avere energia rinnovabile costa di più, oppure si può addirittura risparmiare sulla bolletta?

La componente energia pesa per il 40% della bolletta finale. Il resto sono costi fissi, uguali per tutti. Il prezzo dell’energia rinnovabile in Italia varia continuamente, ma ormai da diversi mesi, noi di Italia Gas e Luce, siamo in grado di applicare forti e significativi sconti sul costo della materia energia. Ad oggi, comunque, la stragrande maggioranza di coloro che cambiano per un operatore green, ottiene un risparmio rispetto al vecchio fornitore.

Ci sono problemi a cambiare utenza?

No, i vecchi fornitori non possono assolutamente opporsi o non fornire assistenza. L’operatore di reti per la trasmissione dell’energia elettrica, sia chiaro, rimane Terna. Con la liberalizzazione del mercato, oggi, gestore, produttori e fornitori sono aziende ben distinte. Ognuno porta avanti il suo lavoro, ma solo unendo le forze riescono a dare energia alle persone e alle aziende. Da diversi anni Italia Gas e Luce fa la sua parte, con grandi risultati.

Il servizio è raggiungibile ovunque?

Certamente, l’energia rinnovabile ti raggiunge ovunque, perché passa dalla stessa rete elettrica nazionale. Dunque, se avete energia elettrica a casa o in azienda, e volete farla diventare rinnovabile, affidatevi a noi di Italia Gas e Luce: la rete è unica ma non la sua distribuzione. Insomma, c’è modo e modo di fare il proprio lavoro,  e noi siamo certi di chi siamo!

Posso far vedere la mia bolletta della luce a qualcuno, per valutare le opportunità che si hanno nel cambiare fornitore e eventuali costi occulti?

Le bollette di alcuni operatori sono decisamente e volutamente complesse. Per analizzarle al meglio, l’ideale è rivolgersi al vostro fornitore, che è obbligato a darvi tutte le spiegazioni del caso. Italia Gas e Luce. ad esempio, ha messo a disposizione dei suoi clienti un bellissimo video esplicativo in cui si sofferma meticolosamente su ogni voce presente all’interno della bolletta. Ecco qui il link se ve lo siete perso: La bolletta di Italia Gas e Luce

Nel caso in cui non siate ancora soddisfatti, Italia Gas e Luce ha un servizio clienti a 5 stelle che vi aspetta!

Ma anche le centrali energetiche a fonti rinnovabili possono, in parte, inquinare?

Rispetto a una centrale a carbone, a un inceneritore riconvertito o ad una centrale termoelettrica non può esserci paragone. Certamente, ogni impianto industriale ha un suo impatto ambientale o paesaggistico, ma lo si può ridurre e compensare. Per esempio, scegliendo, anche all’interno delle rinnovabili, di fare scorta di energia solo da impianti eolici, idroelettrici e fotovoltaici, ad esclusione di altre fonti che, anche se rinnovabili, possono avere un impatto sgradito a livello locale, come il geotermico. Per legge, nessun nuovo impianto viene costruito senza prima una valutazione di impatto ambientale, ma non c’è alcun dubbio che gli impianti che sfruttano le nuove energie rinnovabili hanno, per loro natura, un impatto incomparabilmente minore di ogni centrale convenzionale o nucleare al mondo.

Perché scegliere energia elettrica da fonti rinnovabili?

Perché trasformi un obbligo, quello di consumare energia, in un messaggio dato al mondo. 

Il green influencer

Il green influencer

Negli ultimi tempi le attività umane hanno avuto un forte impatto negativo sull’ambiente e questa tematica ha acquisito sempre più rilevanza, anche nel mondo dei social. Per sensibilizzare maggiormente il pubblico su questo tema ormai sempre più “urgente”, in molti si sono cimentati in post e contenuti pro-ambiente: è nata così la figura del green influencer.

Vediamo chi sono e cosa fanno nello specifico, oltre a scoprire insieme i più famosi.
In generale l’influencer è una figura che, come dice il nome, grazie alla propria influenza sui canali social trasmette messaggi positivi o promozionali ai propri followers tramite la condivisione di contenuti. In questo specifico caso, il green influencer pubblica sui suoi profili social argomenti dedicati alla sostenibilità e all’inquinamento ambientale. Il suo scopo è quello di sensibilizzare il pubblico e spronarlo a compiere gesti quotidiani che possano contribuire alla salvaguardia dell’ambiente.

La piattaforma social dove i green influencer sono più attivi è sicuramente Instagram, seguita da Facebook. Sul terzo gradino del podio infine troviamo TikTok; la presenza di quest’ultimo fa ben sperare poiché è utilizzato prevalentemente dai più giovani, la cui sensibilizzazione verso i temi ambientali è fondamentale affinché questa generazione possa essere più dedita alla salvaguardia dell’ambiente, forse più delle generazioni precedenti.

Ma quali sono i green influencer più seguiti al mondo?

Al primo posto della classifica ovviamente troviamo l’attivista Greta Thunberg, ormai quasi maggiorenne. Greta è un’attivista svedese che concentra le sue energie su temi come lo sviluppo sostenibile e il cambiamento climatico, che sta mettendo a rischio la vita sul nostro pianeta. Su Instagram è seguita da circa 14,3 milioni di persone e quotidianamente pubblica contenuti riguardanti la crisi climatica e la tutela dell’ambiente, volti a sensibilizzare i suoi followers.

Tra gli infleuncer del green più famosi al mondo c’è anche Leonardo Di Caprio, con molti più “seguaci” di Greta su Instagram (circa 56 milioni di followers) anche grazie alla sua carriera di attore, ma che usa il social media soltanto per promuovere azioni benefiche a favore dell’ambiente. Tra le innumerevoli iniziative, la sua associazione ha donato circa 20 milioni di dollari per l’ambiente e salvato una foresta in Guatemala.

E in Italia? Chi sono i green influencer italiani più seguiti?

Tra le green influencer italiane spicca il nome di Federica Gasbarro, biologa e attivista contro i cambiamenti climatici. Conta circa 24.000 followers su Instagram ed è stata scelta dalle Nazioni Unite per rappresentare tutti i giovani italiani che lottano per un futuro migliore al primo convegno per il clima tenutosi al palazzo di vetro di New York nel 2019.

Alex Bellini, invece, è un esploratore conosciuto soprattutto per le sue imprese estreme, come le traversate oceaniche a remi. Il suo profilo Instagram conta circa 70.000 followers e condivide quotidianamente contenuti relativi all’ambientalismo, alla sostenibilità e alla lotta contro il cambiamento climatico.

Lisa Casali, è invece una scienziata ambientale e una cuoca creativa; si occupa, tramite il suo blog, di divulgare ricette biologiche a basso impatto ambientale.

E’ quindi evidente che il fenomeno del Green Influencer non è più soltanto una moda per incrementare i followers sui social media, ma una realtà consolidata, un punto di riferimento per tutti coloro che fanno il tifo attivamente per l’ecologia e per un pianeta migliore.  

Guida al risparmio in bolletta

Guida al risparmio in bolletta

Dopo mesi ininterrotti di caldo, a tratti anomalo, dicembre è inevitabilmente arrivato, con tutti i suoi vantaggi e svantaggi. Certo, c’è il Natale e tutte le festività che tanto amiamo, la neve che fa capolino sulle vette delle montagne, i cenoni esagerati con amici, parenti e colleghi, ma arriva anche il freddo, che se non gestito al meglio può causare numerose problematiche. Alla salute e al portafoglio. E questo non ci piace. Dunque è necessario assumere un comportamento corretto, facendo attenzione a poche ma fondamentali regole. Diamo loro un’occhiata insieme. Prima di cominciare è importante verificare che l’impianto di riscaldamento funzioni al meglio, facendo fare la dovuta manutenzione alla caldaia. L’importanza di avere un sistema aggiornato e in buone condizioni, che non consumi quantità ingenti di energia, è alla base di una buona riuscita.

1) Mantenere una temperatura costante

Scegliete una temperatura uniforme per tutte le stanze. Questo farà sì che il calore si distribuisca adeguatamente nella casa, evitando dispersioni e ottimizzando i consumi, con una temperatura consigliata dagli esperti tra i 18 e i 20 gradi.

2) Evitare la dispersione di calore verso l’esterno

La dispersione del calore è uno dei principali fattori che fa aumentare l’importo delle bollette. Non importa quanto siano nuovi gli infissi di casa, bisogna migliorare le proprie abitudini quotidiane: prima fra tutte il cambio d’aria. Bastano 10 minuti al giorno, niente di più, per un ricambio soddisfacente dell’aria nell’ambiente domestico. Esistono anche degli oggetti e apparecchiature a supporto delle nostre buone istruzioni: si va dai più semplici serpentoni paraspifferi fino ai panelli riflettenti che, installati tra calorifero e parete, riducono efficacemente la dispersione del calore.

3) Non vestirsi come fosse estate

Anche se si è nella propria casa, non è sensato indossare abiti fuori stagione. È giusto tenere il termostato sulla temperatura consigliata e indossare capi caldi, il risultato sarà comunque confortevole.

4) Non appoggiare panni o vestiti sul termosifone

Per quanto possa far comodo asciugare i vestiti sui radiatori, queste pratiche ostacolano la diffusione del calore e sono fonte di sprechi.

5) Non schermare i caloriferi con tende o mobili

Come nel caso dei panni, coprire i termosifoni con tende, rivestimenti o mobili, frena la libera circolazione dell’aria calda. Evitando questo comportamento si otterrà un risparmio circa del 10% sulla bolletta.

Ricorda che ogni grado in meno sul termostato equivale a una riduzione di circa il 6% sulle spese di riscaldamento. Un accorgimento che risulta essere positivo anche per la salute: un’aria meno calda è più salubre ed evitare gli sbalzi di temperatura espone in misura minore ai malanni di stagione.

Ma non abbiamo ancora risposto alla domanda più annosa, quella che ci poniamo tutti quando sopraggiungono i primi freddi: Tenere il riscaldamento sempre acceso conviene? Accendere il riscaldamento solo qualche ora al giorno o cercare di mantenere la temperatura costante in casa? Cosa mi fa risparmiare di più?

Usando il riscaldamento ad intermittenza, possiamo vedere facilmente come il funzionamento di quest’ultimo comporti una serie di problemi e relativi costi:

1) Maggiore manutenzione della caldaia. Sollecitare il funzionamento della caldaia alla massima potenza le causa un notevole stress meccanico, che sottopone le sue componenti ad una maggiore usura e dunque ad un maggiore rischio di guasti.

2) Elevato consumo di gas. Dato che l’ambiente da riscaldare è freddo da molte ore, l’impianto di riscaldamento deve contrastare l’inerzia dell’ambiente, che da freddo tende a raffreddarsi ulteriormente. Ciò provoca una dispersione termica elevata e di conseguenza un elevato consumo di gas.

3) Scarso comfort termico. Una volta acceso il riscaldamento dopo lo spegnimento prolungato, data l’intensa attività della caldaia, i termosifoni raggiungeranno temperature elevate, tanto da scottare. Nonostante ciò, percepiremo una sgradevole sensazione di freddo nell’ambiente, dovuta al fatto che le pareti sono ancora fredde e, attraverso un effetto radiante, trasmettono il freddo nell’ambiente. Inoltre, quando finalmente la temperatura in casa sarà diventata accettabile, sarà passato molto tempo, anche 2 o 3 ore.

Il funzionamento continuato del riscaldamento, invece, comporta una minore differenza termica rispetto ad un uso del riscaldamento intermittente. Infatti, lasciando acceso il riscaldamento, seppure al minimo, la temperatura non scenderà mai sotto un certo valore, garantendo una temperatura di partenza più alta. Questo offre una serie di vantaggi:

1) Buon funzionamento della caldaia. Il funzionamento continuo dei termosifoni, seppure al minimo, garantisce una funzionalità meno gravosa e più fluida della caldaia. Con uno sforzo minimo, sarà possibile mantenere una temperatura adeguata e costante in tutte le stanze della casa, senza sollecitare eccessivamente i suoi circuiti interni, che quindi si logoreranno meno e dureranno più a lungo.

2) Maggiore comfort domestico. Tenendo il riscaldamento acceso, la caldaia lavora meno intensamente: i termosifoni rimarranno tiepidi, evitando fastidiosi sbalzi di temperatura. Inoltre, ci donerà un piacere impagabile tornare a casa dopo una lunga giornata di lavoro e trovare ad accoglierci una casa calda e confortevole.

3) Minori consumi. Se si mantiene acceso il riscaldamento, una volta tornati a casa, basterà alzare il termostato per ottenere un maggiore calore in tempo inferiore: la differenza termica tra la temperatura di partenza e quella impostata sarà, infatti, minore. Dunque, la caldaia dovrà lavorare per meno tempo e con una potenza inferiore per ottenere lo stesso risultato, riducendo così i costi. Chiaramente, anche tenere sempre acceso il riscaldamento comporta dei costi: mantenere una temperatura domestica costante, soprattutto nelle stagioni fredde o di notte, ha chiaramente un impatto non trascurabile sui consumi.

Ecco, speriamo che grazie a questo piccolo vademecum virtuale possiate avere le idee più chiare riguardo ad un tema annoso e complesso, ancor di più in questi ultimi anni.

Chi si trucca è perduto?

Chi si trucca è perduto?

Ormai non ci sono dubbi: i consumatori fanno più attenzione a ciò che mangiano e a ciò che si mettono sulla faccia. Ma c’è di più: le abitudini di acquisto sono cambiate e ora gli utenti vanno in cerca non semplicemente del prodotto o del packaging green ma di entrambe le soluzioni, insieme!

Ma perché? E’ una vera presa di coscienza sulla sostenibilità ambientale oppure siamo di fronte all’ennesimo fenomeno di massa? Proviamo oggi a concentrarci sul make up green, che ormai rappresenta circa il 15% del settore cosmetico.

La natura ci offre tantissime possibilità per ottenere dei prodotti “totalmente verdi” efficaci e performanti, come i pigmenti minerali, cosi come l’utilizzo di oli e burri naturali, finanche alle polveri e ai minerali naturali, come argille, amidi e farine. Insomma, le possibilità sono davvero molteplici e performanti per un make
up alternativo. Ciò che gli esperti consigliano è eliminare le materie prime più impattanti sull’ambiente: siliconi, derivati del petrolio e coloranti sintetici.

Il dubbio del consumatore è del tutto lecito: va bene il trucco, ma per struccarsi? La risposta degli esperti non ha tardato ad arrivare: basta utilizzare dischetti di cotone detergibili, che si possono lavare in lavatrice per una pulizia più profonda. Invece per un sorriso a trentadue denti “verde”? Si può utilizzare dentifricio in polvere oppure direttamente le pastiglie da masticare, comode anche per chi viaggia spesso e da tenere sempre in borsa.


I consumatori sono però insaziabili, la richiesta è anche quella di avere cosmetici confezionati in un packaging che sia il più possibile riciclato e/o riciclabile, oppure cosmetici proposti in soluzioni refill, quindi riutilizzabili. Detto fatto: fra gli esempi di “bella sostenibilità” si può citare il primo mascara al mondo con vuoto a rendere. L’applicatore si compra solo la prima volta, le successive basta ricaricare il contenuto a confezioni in vetro. Ogni ricarica acquistata permette di risparmiare circa 3,12 tonnellate di imballaggi multi materiale e 18 tonnellate di vetro.

Per concludere è importante ricordare che tantissimi brand hanno scelto di percorrere la strada del “cruelty free”, cioè di vendere esclusivamente prodotti non testati sugli animali. Soluzione, anche questa, molto apprezzata dai consumatori più attenti. Anche se l’interesse e la diffusione aumentano, ancora manca una regolamentazione ufficiale univoca che definisca con esattezza i cosmetici “naturali”, via via indicati come bio, green, vegani.


Per verificare che un cosmetico sia davvero verde, e non cadere nella rete del greenwashing, l’ecologismo di facciata, occorre controllare che non siano presenti sostanze che hanno subito un processo chimico indicate con termini in inglese, a differenza di quelli di derivazione vegetale che hanno invece nomi latini.

Se il Take Away è bio la vendita è assicurata

Se il Take Away è bio la vendita è assicurata

Il Take Away e il Food Delivery sono in ascesa inarrestabile, ma la gara tra i ristoratori si accende sul tavolo della sostenibilità.

Negli ultimi anni il settore della spesa e del cibo da asporto e/o a domicilio , anche e soprattutto grazie alla pandemia, ha registrato un incremento del 40%, fatturando oltre 4 miliardi di euro.

Ben più di 10 milioni gli italiani stanno scegliendo di ordinare online , frutto di un evidente minore afflusso dei consumatori nei ristoranti. Se analizziamo nel dettaglio il 2022 scopriamo che: gli uomini (55%) ordinano di più rispetto alle donne (44%), i millennials (60%) rappresentano la generazione che più ama il food delivery. Nelle professioni, al 39% ci sono gli impiegati, seguiti dagli studenti al 33%, e dai liberi professionisti al 14%.

Ma quali sono i cibi più scelti nel take away? I grandi classici, come pizza, hamburger, cucina cinese, sushi, ma anche vegan, cucina indiana e messicana.

Fidelizzare i clienti sta diventando sempre più difficile, soprattutto online, visto che in Italia la concorrenza nella ristorazione è molto alta. Come ci si può quindi differenziare dalla concorrenza?

E’ qui che entrano nei palloni i contenitori per il take away , e quelli sostenibili fanno la differenza! Oltre ad avere un impatto positivo sull’ambiente, la sostenibilità è il vero valore aggiunto per il consumatore, perché sembra che faccia vendere di più.

Secondo recenti studi, l’87% dei consumatori italiani dà importanza alla sostenibilità nelle scelte quotidiane. Inoltre, i dati riportano che ben il 66% dei consumatori è disposto a pagare di più per un brand “responsabile”.

Dunque, scegliere packaging biodegradabile e compostabile per il take away e il food delivery permette alle attività di ottenere un notevole vantaggio rispetto alla concorrenza, agendo realmente per rendere il mondo un posto più pulito.

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